Delega, decisioni rapide e controllo ridotto all’essenziale: l’innovazione organizzativa che semplifica i processi e accelera la crescita
È dal Veneto che prende forma REVO Insurance: dopo una carriera ai vertici delle grandi compagnie, a 57 anni Alberto Minali sceglie di seguire la sua vocazione imprenditoriale e creare una compagnia diversa, più snella e meno burocratica. Quattro anni fa era un progetto che contava 5 professionisti con in mente un’idea, oggi ha un team di circa 300 persone e raccoglie 400 milioni di premi.
REVO è un’azienda giovane in un settore storicamente molto tradizionale. Cosa l’ha spinta a costruire REVO in modo diverso rispetto all’assicurazione “classica”?

«Quando ho deciso di fondare REVO, a 57 anni, avrei potuto scegliere una strada più comoda, ma ero consapevole che nel mercato assicurativo erano presenti opportunità poco presidiate, soprattutto nel segmento delle piccole e medie imprese. Il comparto Insurance era ed è ancora caratterizzato da strutture pesanti, processi articolati e, spesso, da una certa rigidità organizzativa. Nelle grandi organizzazioni, in passato, ho spesso vissuto questa dimensione con un po’ di insofferenza: anche quando ricoprivo ruoli apicali, mi sono sempre sentito più imprenditore che manager.
REVO nasce proprio da qui: dalla volontà di costruire una compagnia più snella e veloce, dove il potere decisionale sia realmente esercitato e non diluito in passaggi eccessivamente complessi».
REVO nasce in Veneto e lei è veronese, cresciuto in un territorio abituato a misurare le idee sui risultati. In cosa REVO è particolarmente “veneta”?
«Il Veneto ha una densità imprenditoriale straordinaria. È una terra che ha conosciuto la povertà e l’emigrazione e ha sviluppato una cultura del lavoro molto concreta.
C’è un atteggiamento tipico: se un’azienda chiude, se ne crea un’altra. Questa capacità di rimettersi in gioco è profondamente veneta.
REVO si è sviluppata con questo obiettivo: colmare un divario che è anche culturale. Molte PMI, infatti, risultano ancora prive di coperture adeguate rispetto ai rischi specifici dei settori in cui operano. È quindi necessario colmare una distanza tra i bisogni reali di queste aziende e le soluzioni offerte dal mercato.
Abbiamo quindi scelto di costruire qual cosa di nostro, con un approccio diretto, pragmatico e orientato al risultato. In questo senso sì, REVO è molto veneta: meno teoria e più esecuzione».
Siete un esempio riuscito di azienda veloce e agile. Come avete costruito questo equilibrio?
«Ho un fastidio naturale per la burocrazia e per la produzione di documenti che nessuno legge. In REVO produciamo quello che serve, non quello che rassicura formalmente.
E credo molto nella responsabilità individuale: un’azienda cresce quando chi ha un mandato ha anche l’autonomia per esercitarlo. Se ogni decisione risale al vertice, l’organizzazione perde slancio e capacità di azione. La differenza sta nel modello di controllo: come CEO presidio le leve strategiche e lascio libertà operativa sul resto. Un controllo dunque essenziale ma rigoroso: è questo che rende possibile velocità e concretezza».
Che idea si è fatto dell’intelligenza artificiale?
«Non ho un approccio ideologico all’intelligenza artificiale, non penso né che salverà il mondo né che lo distruggerà. È uno strumento potentissimo, questo sì, e sarebbe poco razionale non usarlo.
In REVO lo impieghiamo per rendere i processi più rapidi ed efficienti. Se una macchina può svolgere in pochi secondi un’attività che prima richiedeva ore, è giusto affidarla alla macchina. Tuttavia, il mestiere si apprende sul campo, attraverso l’esperienza diretta e la gestione progressiva delle responsabilità. Se un giovane entra in azienda e delega immediatamente tutto all’algoritmo, rischia di non costruire alcuna vera esperienza. Per questo chi entra in REVO, nei primi dodici mesi, non utilizza strumenti di AI. Prima deve comprendere il rischio, ragionare, assumersi responsabilità, anche sbagliare. Solo dopo, la tecnologia diventa una leva.
L’AI accelera i processi. Ma la responsabilità resta umana. E in assicurazione, alla fine, decide sempre una persona».
Con l’ingresso in Spagna avete messo alla prova il modello REVO fuori dall’Italia. State adottando lo stesso approccio?
«La Spagna ha un tessuto economico molto simile a quello italiana, con una forte presenza di piccole e medie imprese. Per questo ci è sembrato un mercato naturale in cui portare la nostra esperienza.
Siamo entrati con una struttura leggera, costruendo da zero il portafoglio e adattando la nostra piattaforma tecnologica OverX alla specificità del mercato locale. Con la crescita l’organizzazione diventerà più articolata, ma l’obiettivo resta quello di mantenere agilità e snellezza. Cresceremo in modo coerente con lo sviluppo del business, senza appesantire la struttura.
Ciò non abbiamo cambia è l’impostazione: l’obiettivo è diventare un punto di riferimento tecnico per il mercato. Il segnale più significativo? Sentire i broker dire già oggi: “Questo rischio portiamolo a REVO”.
È lì che si misura la solidità di un modello: quando il mercato ti riconosce e, quindi, ti sceglie».




