Dal distretto veneto delle pompe di calore alla sfida europea della transizione energetica, Stefano Bellò racconta l’evoluzione di Clivet
Da spin-off familiare a player europeo, Clivet fa innovazione con un nuovo modo di pensare l’energia negli edifici, tra sistemi vecchi e nuovi. Stefano Bellò, da ventisette anni in azienda, racconta come la sta guidando integrando industria, energia e velocità decisionale.
Clivet nasce e cresce in Veneto, uno dei territori manifatturieri più forti d’Europa. In che modo questo contesto influenza ancora oggi la vostra innovazione?
«Clivet nasce nel 1989 come spin-off di Clima Veneta, fondata da mio padre tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Siamo cresciuti nel cuore del principale distretto europeo delle pompe di calore e della climatizzazione.
Il Veneto non è solo un territorio produttivo: è una cultura industriale. Qui la manifattura è concreta, orientata all’export e abituata a competere sui mercati internazionali. Questa mentalità ha influenzato profondamente il nostro modo di fare innovazione: sviluppare soluzioni tecnologicamente avanzate, ma sempre industrializzabili, scalabili e competitive.
All’inizio le pompe di calore residenziali erano troppo in anticipo per il mercato italiano, quindi ci siamo sviluppati nel commerciale e nei grandi impianti, diventando leader in quel segmento. È stata una scelta molto “veneta”: pragmatica, adattiva, capace di leggere il mercato senza perdere la visione.
In Veneto si impara che le idee valgono solo se diventano prodotto e mercato».
A quasi un anno dall’apertura del vostro MBT Climate Centre di Padova, che impatto concreto sta avendo oggi questa struttura?

«L’Innovation Centre di Padova è un progetto di lungo termine. Non è stato pensato per risultati immediati, ma per costruire un polo strategico sulla ricerca delle pompe di calore residenziali.
MBT Climate è un nuovo gruppo di aziende europee di eccellenza del settore che hanno deciso di mettere in comune competenze, ricerca e visione, creando un vero ecosistema industriale e accelerando l’innovazione in modo sinergico.
Padova è una scelta strategica per più ragioni: la vicinanza a un’università di eccellenza, a una produzione che per il 90% è italiana e a un’infrastruttura internazionale come l’aeroporto di Venezia. Questo consente un collegamento diretto tra ricerca, manifattura e mercati esteri.
A un anno dall’apertura, l’impatto si vede nell’integrazione e nella maggiore coerenza delle scelte tecnologiche: è un investimento strutturale sulla transizione energetica».
Parliamo di sostenibilità. Come entra concretamente nelle vostre scelte senza compromettere performance e competitività?
«Per noi la sostenibilità non è un’etichetta, è il prodotto stesso. La pompa di calore nasce per ridurre consumi ed emissioni, quindi, risponde in modo intrinseco ai requisiti di efficienza energetica e protezione ambientale. Si parla molto di elettrificazione degli edifici come di una sfida critica, ma la rete italiana è tra le più avanzate in Europa e con una quota crescente di energia rinnovabile. La pompa di calore si integra perfettamente in una visione di autonomia energetica. Non vedo contraddizione tra sostenibilità e performance: l’efficienza è il punto d’incontro. Se un sistema consuma meno e rende di più, è sostenibile e competitivo allo stesso tempo».
Anche quest’anno Clivet è protagonista a MCE – Mostra Convegno Expocomfort, con il lancio di nuovi prodotti. Cosa raccontano queste novità?
«A MCE presentiamo una gamma completa che utilizza refrigeranti naturali, una scelta coerente con la nostra visione della transizione energetica. Ma il messaggio non è solo tecnologico. La nostra direzione è integrare i sistemi tradizionali con le nuove soluzioni legate all’elettrificazione degli edifici. Questa capacità di far dialogare passato e futuro è una delle nostre aree di eccellenza. L’innovazione, per noi, significa rendere il sistema edificio più efficiente e sostenibile senza perdere competitività».
Dopo più di 25 anni alla guida dell’azienda, su quali decisioni oggi riflette di più rispetto a quanto ha iniziato?
«Sono entrato in azienda 27 anni fa e, se guardo indietro, è come se avessi lavorato in tre aziende diverse.
C’è stata la fase iniziale, molto imprenditoriale, con acquisizioni e start up all’estero che ha portato ad una rapida internazionalizzazione; quindi la managerializzazione e digitalizzazione dei processi, ed infine l’ingresso in un gruppo globale, molto più strutturato. Ogni fase ha richiesto competenze e sensibilità diverse. All’inizio il mio approccio era più ingegneristico e “gestionale”, anche in contrasto con lo stile molto rapido e decisionista di mio padre. Oggi mi rendo conto che la velocità resta fondamentale, ma va accompagnata da una maggiore capacità di valutare l’impatto sistemico delle scelte, soprattutto in un gruppo internazionale. Rispetto a quando ho iniziato, oggi rifletto di più sull’equilibrio tra rapidità ed esecuzione: in un mercato che cambia così velocemente, decidere in fretta è importante, ma lo è ancora di più costruire un’organizzazione snella, capace di attuare le decisioni strategiche senza appesantirsi eccessivamente».




