Finanza su misura per il territorio: il contributo di Azimut Direct alla trasformazione del modello di crescita del Veneto e dell’Italia
Per sostenere la crescita e restare competitivo sui mercati internazionali, il Veneto è chiamato a ripensare i propri strumenti di sviluppo. Con un credito bancario sempre più selettivo e scenari globali in continua evoluzione, le piccole e medie imprese cercano oggi capitali più flessibili, capaci di accompagnare i loro progetti di innovazione, espansione e internazionalizzazione.
Il private debt rappresenta una via concreta per sostenere la crescita dell’economia reale: offre soluzioni rapide, flessibili, tagliate su misura. Ed è qui che entrano in gioco attori come Azimut Direct, piattaforma del gruppo Azimut dedicata alla finanza alternativa, che si propone come partner di lungo periodo per gli imprenditori.
Con Luca Monis, Director di Azimut Direct, abbiamo approfondito il ruolo del private debt nel nuovo modello di crescita regionale, le caratteristiche uniche del tessuto produttivo e le traiettorie su cui si giocherà la competitività dei prossimi anni.
Negli ultimi anni il private debt ha conosciuto una crescita significativa. Quali opportunità offre oggi alle PMI venete rispetto al canale bancario tradizionale?

«Oggi il private debt si conferma come una fonte di finanziamento sempre più cruciale per le piccole e medie imprese, offrendo un’alternativa flessibile e strategica al canale bancario tradizionale, che continua a ridurre progressivamente il credito erogato.
In questo contesto il private debt rappresenta una valida risorsa per alimentare la crescita delle PMI, offrendo soluzioni personalizzate, al di fuori degli schemi standard proposti dalle banche, con processi decisionali snelli e tempi di esecuzione rapidi.
Azimut, come gruppo, è espressione di questo nuovo modo di finanziare l’economia reale, con una posizione di leadership concreta negli investimenti a supporto delle imprese».
Cosa accomuna le imprese del Triveneto?
«Le aziende del Nord-Est, pur nella loro diversità settoriale e dimensionale, sono accomunate da un modello di sviluppo e da un’identità culturale che le rendono uniche nel panorama economico italiano ed europeo.
Questi tratti comuni sono la chiave della loro resilienza e della loro competitività. Il tessuto imprenditoriale del territorio è caratterizzato da una struttura produttiva frammentata, composta prevalentemente da piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, dove la proprietà e la gestione si tramandano di generazione in generazione. Questo modello garantisce un forte legame con l’azienda e con il territorio, ma pone anche sfide significative legate al passaggio generazionale e all’apertura verso il management esterno.
Il “modello Nord-Est” si fonda anche sul sistema dei di stretti industriali: aree geografiche ad alta concentrazione di imprese specializzate in una determinata filiera produttiva. Penso all’occhialeria nel Bellunese, allo Sportsystem di Asolo e Montebelluna, al mobile tra Veneto e Friuli, alla meccatronica in Trentino e nell’Alto Vicentino e all’agroalimentare con eccellenze come il Prosecco o le mele dell’Alto Adige.
Alla base del successo di queste aziende vi è una solida cultura del lavoro e un profondo senso di appartenenza. Questo si traduce in una grande dedizione e in una spinta costante al miglioramento, dove il “saper fare” artigianale si combina con l’innovazione tecnologica».
Quali sfide principali devono affrontare le aziende regionali per crescere e competere sulla scena nazionale e internazionale?
«Pur vantando una forte vocazione all’export, le imprese venete si confrontano con un quadro geopolitico instabile. Le tensioni internazionali, la guerra dei dazi e la debolezza di mercati storici come quello tedesco rappresentano ostacoli concreti. Per mitigare i rischi, le aziende stanno diversificando i mercati di sbocco e semplificando le catene di fornitura — una strategia che richiede agilità e nuove competenze in ambito internazionale. Senza dubbio anche la dimensione rappresenta ancora un punto di debolezza: su questo fronte serve un percorso virtuoso e culturale degli imprenditori, per ambire a diventare campioni capaci di competere con altri campioni, aprendosi, se necessario, a nuovi investitori industriali (M&A) o finanziari, come i fondi di private equity».
Quali settori del Veneto mostrano maggiore capacità di attrarre capitali attraverso strumenti di finanza alternativa?
«Nel Veneto l’accesso a capitali tramite canali di finanza alternativa sta diventando una leva strategica per la crescita delle imprese, con alcuni settori che si dimostrano particolarmente abili nell’attrarre l’interesse degli investitori. Emergono in particolare manifattura d’eccellenza, innovazione tecnologica e agroalimentare, che guidano questa tendenza».
Come Azimut Direct approccia gli imprenditori veneti? Quali sono i criteri principali nella costruzione di soluzioni finanziarie su misura?
«Vogliamo rappresentare un compagno di viaggio per l’imprenditore, non un incontro occasionale o opportunistico: questo è il nostro approccio e la nostra filosofia.
Partiamo dall’ascolto e dal confronto per costruire insieme la soluzione migliore a supporto della strategia dell’azienda».
In che modo la consulenza di Azimut Direct integra aspetti come sostenibilità, governance e innovazione nel percorso di crescita delle imprese?
«La consulenza moderna integra sostenibilità, governance e innovazione trattandoli non come elementi separati, ma come tre pilastri interconnessi di un’unica strategia di valore a lungo termine. L’obiettivo è trasformare questi aspetti da obblighi a cui conformarsi a leve strategiche per la competitività».
A vostro parere, quali settori emergenti o nicchie industriali venete potrebbero sorprendere gli investitori nei prossimi cinque anni e diventare motore di crescita regionale?
«Nei prossimi cinque anni l’economia regionale vedrà l’ascesa di settori e nicchie industriali che, pur partendo da basi solide, sono pronti a un’accelerazione inattesa. Per un investitore attento, l’opportunità risiede nell’intercettare la convergenza tra la tradizione manifatturiera e le nuove frontiere tecnologiche e della sostenibilità. Sicuramente bioeconomia e scienze della vita si stanno confermando due filoni particolarmente vivaci, con un ecosistema di start up e PMI innovative che lavorano su farmaci biotech, dispositivi medici avanzati e nutraceutica. Sebbene la meccatronica sia già un’eccellenza, la nicchia a più alto potenziale è quella legata all’automazione intelligente e alla robotica collaborativa.
Non si tratta più solo di vendere macchinari, ma di fornire soluzioni integrate – hardware e software – che abilitano la “smart factory”.
Ci aspettiamo una forte focalizzazione sulle PMI altamente specializzate: aziende in grado di sviluppare sensori avanzati, software di intelligenza artificiale per il controllo dei processi e robot collaborativi (cobot) integrabili anche nelle linee produttive delle piccole e medie imprese».




