H-FARM, l’ecosistema, dove tecnologia e talenti si incontrano

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Dall’intuizione del 2002 a un ecosistema che integra start up, formazione, sport e ricerca applicata all’interno di un campus che si estende per 51 ettari, di fronte alla magnifica Laguna di Venezia

Riccardo Donadon ci racconta la nascita e l’evoluzione di H-FARM. Un progetto nato per mettere il talento umano al centro della tecnologia.

 Fondata nel 2005, H-FARM nasce con un senso preciso di responsabilità verso le generazioni future: aiutare giovani e imprenditori a sviluppare il proprio potenziale in un mondo attraversato dalla trasformazione digitale. L’imprenditoria è nel suo DNA; dal 2005 ha supportato 150 start up generando 50 exit e 2 unicorni – Depop e Soldo. Dal 2016 investe nella formazione innovativa: oggi comprende un’università, una Business School, una scuola di arti digitali, una Sports Academy e un gruppo di scuole internazionali. Negli anni ha guidato le imprese nella trasformazione digitale e parallelamente sviluppa ricerca applicata in settori ad alto impatto.

Si ricorda il momento dell’intuizione di H-Farm?

Riccardo Donadon

«Lo ricordo nitidamente: era il 2002. Avevo appena ceduto E-TREE e, durante una videocall, iniziai a scarabocchiare su un foglio la parola “FARM”. Poi cancellai la “E” che aveva dominato l’era dell’e-business e dell’e-speed, e la sostituii con la “H”. Nacque così H-FARM. Iniziava il tempo in cui l’utente era al centro e l’utente era, ed è, Human. Non era più una questione di tecnologia, ma di impatto umano della tecnologia. Non più “e-qualcosa”, ma “h-qualcosa”, Human-first. Volevo creare un luogo dove start up, formazione e imprese potessero contaminarsi in un moderno “filò”: un posto dove, a fine giornata, ci si siede insieme per fare il punto non solo sui bilanci, ma sulle relazioni umane».

H-Farm è diventata negli anni un grande attrattore di talenti. Tutto questo è nato anche grazie ad una sua capacità particolare nel riconoscere e attrarre talento?

«Non so se io abbia o meno questa dote, ma di certo ho sempre sentito il desiderio di accogliere persone ottimiste e coraggiose, capaci di investire il proprio talento per costruire qualcosa di straordinario. Credo che la mia vera forza sia stata creare un luogo bello dove le persone si sentissero finalmente libere di sognare in grande. Dopo aver vissuto realtà come San Francisco, Seattle e New York, ho capito che la qualità della vita che abbiamo in Italia è un valore inestimabile. Spesso noi italiani diamo per scontata la nostra bellezza, ma per un talento straniero è una calamita incredibile. Il Veneto, in particolare, respira uno spirito imprenditoriale unico; se riusciamo a coniugare questa tradizione con la consapevolezza digitale, possiamo davvero trasformarci in un laboratorio del futuro a livello europeo. L’unica sfida? Vincere l’inconsapevolezza verso la velocità del cambiamento: lo tsunami digitale non aspetta».

Non sempre lo Stato ha dato prova di proattività nel creare un contesto capace di far crescere nuove generazioni di imprenditori e preparare professionisti per le aziende. Quanto la capacità di trattenere i talenti dipende dallo Stato e quanto dalle aziende?

«È una somma di questi fattori. Oggi la formazione è la nostra responsabilità verso le nuove generazioni. Siamo di fronte a un paradosso pericoloso: il sistema sta preparando i giovani a professioni che tra dieci anni non esisteranno più. Inoltre, abbiamo pochi giovani e, se questi non sono preparati, siamo di fronte ad un vero e proprio dramma. Se ci aggiungiamo che il Paese è poco consapevole su come trattenere il talento e coltivare la nuova economia, mettendo le basi per far scappare talenti preparati e consapevoli, il tutto è ancor più pericoloso. Dobbiamo inoltre superare certi limiti culturali tipicamente italiani: l’esterofilia, il campanilismo e la resistenza al ricambio generazionale. Trattenere il talento significa riconoscerne il valore economico e umano, a prescindere dall’età, e avere il coraggio di investirci».

Nel suo percorso c’è stata una figura in particolare che l’ha ispirata? In che modo ha inciso sulla sua visione dell’impresa?

«Ho imparato da moltissime persone: a volte chi ha fallito ti insegna più di chi ha avuto successo. Ma se devo pensare a un nome, mi viene in mente un imprenditore del mio territorio che avrò il piacere di ospitare tra pochi giorni davanti ai nostri studenti: il fondatore di Permasteelisa. Portò un’azienda di infissi di Conegliano a dominare il mondo; ricordo ancora la sua presentazione con le slide che mostravano come avesse costruito metà di Hong Kong e gran parte di Singapore e Bruxelles. Il suo motto era semplice: “Why not?”. Lui mi diede un grande consiglio ai tempi di E-TREE, che in quel momento stava ricevendo numerose offerte di vendita. Mi consigliò di vendere. Lo ascoltai, ma quel giorno fu dura per me. Mi disse: “lo sai fare, i numeri del mercato sono folli. Vendi e riparti. Sei tu che hai il valore”. Aveva ragione. Da lì ho capito che potevo alzare l’asticella e cercare di avere un impatto ancora più grande».

In una sua recente intervista, ha detto che vorrebbe che in futuro H-Farm diventasse una “Disney dell’innovazione”: cosa si immagina?

«Vorrei lasciare un grande ecosistema di innovazione con tante comunità di talenti. Diverse tra di loro ma unite dalla passione e dall’amore per il futuro. I tre cerchi di base (Start up, Formazione, Digital Transformation verso il mercato) hanno messo le condizioni per inserire tante nuove comunità. Lo meritano i giovani che credono nel loro paese e lo merita il territorio. Noi siamo figli di persone che hanno messo in gioco tutto per regalarci questo luogo straordinario e dobbiamo restituire qualcosa di importante. Venezia è il più grande esempio di intersezione degli elementi (è qui che fioriscono le onde) perchè luogo che già oggi è arte, innovazione, sostenibilità ed internazionalità. Un manifesto per il futuro».

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Immagine di Gioia Novena
Gioia Novena
Gioia Novena è presentatrice e intervistatrice di eventi business e corporate. Scrive per Italia Economy, dove intervista amministratori delegati e imprenditori per raccontarne le storie, comprendere come prendono decisioni e come stanno guidando nei rispettivi settori.

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