La svolta sostenibile del food passa dai dati: l’approccio di Aton
Dalla gestione avanzata dei dati ai progetti con GranTerre e Amadori, fino alla collaborazione con Emergency, emerge un modello in cui innovazione, ambiente e impatto sociale procedono insieme e generano risultati misurabili. De Nardi racconta come la digitalizzazione stia cambiando la filiera alimentare rendendola più efficiente e sostenibile.
«Oggi non possiamo più valutare un’azienda solo dal bilancio. Dobbiamo chiederci che valore generiamo per le persone, per l’ambiente, per il territorio». Ne è convinto Giorgio De Nardi, Ceo e Founder di Aton, tech company trevigiana specializzata in soluzioni digitali per la filiera alimentare certificata B Corp. L’azienda integra tecnologia, dati e responsabilità d’impresa per ridurre sprechi, migliorare la tracciabilità e rendere più efficienti i processi del food.
Quali sono i principali risultati misurati nel Report di Impatto 2024?

«L’efficienza dei processi produce benefici ambientali immediati. Con GranTerre, abbiamo dimezzato i tempi di gestione e arricchimento delle informazioni di 16mila prodotti: migliorando la qualità del lavoro e riducendo l’utilizzo di risorse interne. Con Amadori abbiamo ottimizzato
il processo di vendita di 4 milioni di chili di prodotti a shelf life corta, riducendo sensibilmente gli sprechi. Questo significa meno scarti, meno emissioni e più valore economico recuperato. A livello interno, abbiamo ridotto del 15% le stampe, aumentato del 30% gli acquisti di materiali ecosostenibili e portato oltre il 90% della nostra flotta verso una mobilità a basse emissioni».
Nella filiera alimentare la gestione dei dati è strategica. Come Aton la rende più sostenibile?
«La sostenibilità passa anche da dati affidabili, completi, aggiornati. Senza queste basi, ogni iniziativa rischia di essere inefficace. Le nostre soluzioni centralizzano le informazioni e le fanno dialogare lungo la filiera, dalle vendite alla produzione, dalla logistica alla distribuzione. Questo permette un uso più efficiente di materie prime, energia e tempo. La piattaforma .one grazie anche all’AI, aiuta a prevenire errori, evitare duplicazioni, programmare approvvigionamenti, ottimizzare stock e ridurre l’invenduto. È tecnologia che permette di produrre meglio e sprecare meno».
Può raccontarci i progetti realizzati con GranTerre e Amadori?
«GranTerre ha adottato .one PIM, Product Information Manager, per gestire in un unico punto Master Data qualità, sicurezza e origine dei prodotti in modo strutturato. La centralizzazione di questi processi ha ridotto del 50% i tempi di gestione dei dati e aumentato la produttività. È una trasformazione che unisce e responsabilizza tutti gli attori coinvolti, libera tempo, riduce errori, migliora la trasparenza. Amadori, operando su una filiera avicola dalla shelf life molto corta, aveva bisogno di maggiore efficienza. Con .one abbiamo ottimizzato processi e vendite, evitando sprechi su milioni di chili di prodotto. E incidendo direttamente su emissioni, costi, logistica, organizzazione del lavoro e conto economico. In entrambi i casi la tecnologia migliora insieme il profitto d’impresa, l’impatto ambientale e la qualità del lavoro: meno operazioni ripetitive, più tempo per attività strategiche».
Quanto può incidere la digitalizzazione sulla sostenibilità della filiera del food?
«Enormemente. È l’unico modo per gestire la complessità del settore senza aumentare costi e impatti ambientali. Significa tracciare ogni lotto e scadenza, ridurre gli sprechi, gestire con precisione magazzini e consegne, ottimizzare rotte e migliorare la qualità dei prodotti distribuiti. Per molte aziende del settore le inefficienze valgono milioni: correggerle è un vantaggio competitivo oltre che scelta etica. Nei prossimi anni, la sostenibilità sarà un requisito sempre più richiesto dal mercato, dai consumatori e, speriamo, dall’opinione pubblica. La tecnologia sarà la chiave per affrontare questa transizione».
Aton è Società Benefit e B Corp: che cosa comporta?
«Influisce su tutto. Significa dichiarare che la nostra attività deve generare prosperità economica, e, allo stesso tempo, migliorare le condizioni sociali e ambientali. Essere B Corp richiede misurazione continua, miglioramento costante e trasparenza. È un impegno che guida strategie, scelte e investimenti. Ci ricorda che ogni progetto può e deve generare valore per il bene comune».
Cosa significa per voi “sostenibilità come cultura aziendale”?
«Significa concepire la sostenibilità non come un’iniziativa isolata o gestita da un unico team di lavoro, ma come un modo di pensare, una cultura, trasversale a tutta Aton. La coltiviamo con formazione continua, partecipazione attiva e sistemi premianti trasparenti basati su responsabilità e auto-organizzazione. Nel 2024 abbiamo investito oltre 360mila euro in formazione e la nostra .atonAcademy ha già formato gratuitamente più di 500 persone in tutta Italia: un impatto sociale concreto, che esce dai confini aziendali».
Avete sviluppato una web application per Emergency: come nasce questa collaborazione?
«Da un bisogno reale: aiutare le famiglie vulnerabili e ridurre lo spreco alimentare con un’app agile e inclusiva, pensata per semplificare il lavoro dei volontari e migliorare l’esperienza dei beneficiari. Con FoodHubber abbiamo supportato Emergency nella distribuzione di oltre 26 tonnellate di generi alimentari, in soli due mesi nel 2024. È la dimostrazione che la tecnologia può generare valore sociale immediato. Per noi è stato un privilegio lavorare con un’icona della solidarietà: vogliamo fare innovazione per il mercato, senza però dimenticarci di chi ha più bisogno».




