Fondazione Dolomiti UNESCO: turismo tra tutela e sviluppo

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Oltre il marchio turistico: la responsabilità delle comunità per salvare le valli dallo spopolamento. Intervista al Presidente Staunovo Polacco sul delicato equilibrio tra visibilità e tutela

Per molte vallate dolomitiche il turismo è vitale per l’economia e la sopravvivenza delle comunità. Tuttavia, dall’iscrizione nel patrimonio UNESCO nel 2009, la crescita dei flussi mette a dura prova il territorio. Oggi la vera sfida non è la visibilità, ma la capacità di gestirla innovando i modelli di offerta, valorizzando il patrimonio e coinvolgendo i residenti. A presidiare questo delicato equilibrio è la Fondazione Dolomiti UNESCO, nata nel 2010 dalle amministrazioni di cinque Province e tre Regioni (Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli Venezia Giulia). Una governance interregionale citata di frequente come modello di collaborazione istituzionale su scala sovra-regionale.

Ne abbiamo parlato con Marco Staunovo Polacco, Presidente della Provincia di Belluno e della Fondazione Dolomiti UNESCO.

Nell’arco di questi 17 anni di riconoscimento UNESCO, il patrimonio delle Dolomiti ha acquisito una visibilità straordinaria, ma anche una pressione turistica crescente e asimmetrica. Come cambia il modello di governance della Fondazione per rispondere a questa doppia sfida, tutela e sviluppo, in un contesto in cui le Dolomiti non sono un territorio unico?

«Certamente il riconoscimento UNESCO rappresenta un elemento di attrattività, soprattutto a livello internazionale, ma in questi anni a essere cambiati sono stati anche i megatrend che riguardano l’intero comparto turistico. Una parte della montagna ha sentito gli effetti di tale trasformazione, mentre altre vallate soffrono i problemi tipici delle aree interne. Alcune località dolomitiche hanno visto crescere l’afflusso, in particolare nel periodo post-Covid, e l’esplosione dei social media ha contribuito a un approccio superficiale, poco informato e concentrato su singole aree-hotspot che necessitano, oggi, di una gestione oculata.

Marco Staunovo Polacco

Le Province e Regioni all’interno delle quali ricade il riconoscimento UNESCO stanno cercando di affrontare tali fenomeni in base agli strumenti che possono adottare. La Fondazione Dolomiti UNESCO non deve sostituirsi agli enti che hanno responsabilità amministrative dirette, ma svolge un lavoro di monitoraggio, coordinamento e scambio tra territori. La sfida di far convivere tutela e sviluppo non è comunque nuova, tra queste valli: fin dalla sua nascita, la Fondazione ha adottato una Strategia complessiva di gestione che mette al centro proprio la tutela attiva del territorio e un’idea di montagna abitata che considera la complessità di un Bene diviso in nove sistemi separati».

Il marchio UNESCO non è uno strumento di promozione turistica, ma un impegno di responsabilità delle comunità. Eppure il turismo è la principale leva economica di molte vallate dolomitiche. Come si costruisce un modello di offerta turistica che sia al tempo stesso economicamente sostenibile e coerente con i valori del riconoscimento? Esistono oggi indicatori per misurare questo equilibrio?

«È vero, talvolta il riconoscimento UNESCO viene inteso erroneamente come un “marchio turistico” e si rende necessario precisare che si tratta, invece, di un’assunzione di responsabilità. Non ritengo tuttavia ci sia conflitto tra sviluppo turistico e tutela del paesaggio dolomitico. La chiave è fare in modo che le comunità stesse si sentano responsabili del bene che hanno in custodia e siano quindi coinvolte nella definizione delle modalità, dello stile e dei limiti dell’accoglienza.

Quanto agli indicatori, non credo sia possibile fissarne a priori, anzi, colgo l’occasione per sottolineare che il riconoscimento UNESCO non rende le Dolomiti una destinazione unitaria: è inevitabile che rimangano specificità e strategie peculiari in ogni area. La Fondazione esegue continui monitoraggi per redigere i report sullo stato di conservazione del Bene, ma non esiste un unico modello di gestione delle criticità».

La Fondazione ha lavorato a strumenti come il Codice della comunicazione responsabile, la rete dei gestori di rifugio e il progetto Dolomites World Heritage Geotrail. Quali di queste iniziative hanno prodotto i risultati più concreti in termini di redistribuzione dei flussi? E quali modelli potrebbero essere trasferibili ad altri siti in Italia?

«Direi che tutti i progetti citati hanno prodotto i risultati che si prefiggevano. Si tratta di iniziative che non hanno l’ambizione di condizionare o dirigere i flussi, ma di segnare una rotta, di mostrare che è possibile un modello di comunicazione della montagna che non punti solo sul “consumare” un’esperienza. Ciò che a mio avviso si può trasferire ad altri contesti è la modalità, ovvero il lavoro di rete: in tutti i casi sono stati coinvolti diversi attori, sia istituzionali, sia della società civile – e non è per nulla scontato. La Fondazione può realmente essere un luogo di incontro anche operativo, perché quando ci si approccia a progetti concreti si accorciano le distanze e si attenua la diffidenza».

La governance interregionale della Fondazione − cinque province, tre regioni, due province autonome − è spesso citata come caso esemplare di collaborazione istituzionale su scala sovra-regionale. Quali sono i meccanismi concreti che rendono questo modello efficace? Esiste, per il triennio di presidenza bellunese, un progetto prioritario che lei intende portare come contributo distintivo di questo mandato?

«Credo che il punto di forza di questa struttura “a rete” consista nel fatto che opera su più piani: il Consiglio d’Amministrazione discute e individua le priorità, mentre la Fondazione fa in modo che le linee politiche non rimangano dichiarazioni di intenti. È previsto anche il coinvolgimento di tante realtà territoriali e di tutti coloro che vogliono contribuire a promuovere il riconoscimento UNESCO attraverso il Collegio dei Sostenitori.

C’è un aspetto che vorrei sviluppare nel corso del mio mandato: dare voce a tutta la montagna dolomitica, anche quella segnata dallo spopolamento. Vorrei promuovere l’idea che il riconoscimento UNESCO possa diventare un collante, un’occasione per far crescere il senso di appartenenza e sviluppare il coinvolgimento dei giovani per il futuro della montagna».

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Immagine di Beatrice Elerdini
Beatrice Elerdini

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