Con il progetto WELL-FARE la Regione Veneto stanzia 5 milioni di euro per trasformare i benefit aziendali in una rete di servizi integrata con enti locali e Terzo settore, a beneficio del territorio e delle PMI
Il Veneto prova a spostare il welfare aziendale fuori dai confini della singola impresa. Con 5 milioni di euro del FSE+ la Regione ha avviato WELL-FARE – Il welfare che connette. Reti territoriali per il welfare aziendale, una sperimentazione che punta a trasformare il welfare da insieme di benefit individuali a possibile infrastruttura condivisa del territorio. L’idea è mettere in rete imprese, istituzioni, Terzo settore e altri soggetti locali, partendo dai bisogni delle persone per arrivare alla costruzione dei servizi.
«Molti dei bisogni che incidono sul benessere delle persone al lavoro non possono trovare una risposta efficace esclusivamente all’interno del perimetro della singola impresa», spiega il vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto, Lucas Pavanetto. «Pensiamo alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, ai carichi di cura, alla genitorialità, alla salute e al benessere, alla mobilità, ma più in generale alla qualità della vita delle persone e delle loro famiglie. Sono bisogni che accompagnano il lavoratore dentro e fuori dall’azienda e che chiamano inevitabilmente in causa anche i servizi e le risorse presenti sul territorio».
Prima le reti, poi i servizi
Il progetto WELL-FARE non finanzia semplicemente nuovi benefit aziendali. Ogni progetto deve prima costruire una rete territoriale attraverso processi di co-progettazione e co-produzione, partendo dall’analisi dei bisogni e delle risorse già presenti. Il percorso deve portare alla formalizzazione di un Protocollo di rete, mentre successivamente ogni impresa deve predisporre un Piano di welfare aziendale o interaziendale. Il Piano deve indicare fabbisogni, obiettivi, destinatari, budget, indicatori quantitativi e qualitativi, oltre a KPI, soddisfazione dei lavoratori, ricadute sul territorio e coinvolgimento dei fornitori locali. Se l’azienda dispone già di un proprio Piano welfare, può invece integrarlo attraverso un addendum.

vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto
«Non siamo partiti semplicemente da un catalogo di prestazioni da finanziare, ma dalla costruzione di una rete territoriale», sottolinea Pavanetto. «Le imprese portano la conoscenza dei propri lavoratori e delle dinamiche organizzative; gli enti locali e gli altri soggetti pubblici conoscono i bisogni e i servizi territoriali; il Terzo settore possiede spesso una forte capacità di intercettare fragilità e costruire risposte flessibili».
Il territorio, quindi, non è soltanto il luogo nel quale vengono erogati i servizi, ma dovrebbe diventare parte della loro progettazione.
Una risposta soprattutto per le PMI
In un territorio come il Veneto, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese, l’aggregazione può permettere a più aziende di mettere in comune bisogni e risorse, raggiungendo una massa critica sufficiente per rendere sostenibili servizi che una singola impresa difficilmente potrebbe offrire. Il meccanismo riguarda non soltanto le economie di scala, ma anche quelle che Pavanetto definisce “economie di conoscenza e di relazione”: una piccola impresa può infatti avere bisogno non soltanto di maggiori risorse economiche, ma di sapere quali opportunità esistono sul territorio, a chi rivolgersi e come costruire una risposta ai bisogni dei lavoratori.
Dai 20 progetti a un modello
I progetti approvati sono 20, per un finanziamento complessivo di quasi 5 milioni di euro. Per una regione come il Veneto, che ha già raggiunto livelli elevati di welfare aziendale, la vera novità della sperimentazione sarà capire se le reti riusciranno a diventare qualcosa di più di una modalità per gestire il finanziamento. «Quando parliamo di welfare generativo intendiamo un welfare che non si limita a erogare una prestazione o a rispondere a un singolo bisogno, ma che prova contemporaneamente a generare nuove relazioni, nuove collaborazioni e nuove capacità nei territori», spiega Pavanetto. Per questo il successo dell’iniziativa non sarà misurato soltanto dal numero dei servizi attivati o delle persone raggiunte. Bisognerà capire se imprese che prima non collaboravano avranno costruito rapporti stabili, se mondo produttivo, istituzioni e Terzo settore continueranno a lavorare insieme e se alcuni servizi potranno essere utilizzati congiuntamente da più aziende.
La prova sarà la continuità delle reti
Siamo però ancora a metà del guado. Con l’avvio dei progetti nel gennaio 2026 e una durata di 18 mesi, a partire dalla data di avvio di ogni singolo progetto, è troppo presto per valutare gli effetti concreti della sperimentazione. Il primo elemento da osservare sarà la dimensione effettiva delle reti: i 20 progetti prevedono almeno due imprese ciascuno, ma quante aziende partecipano complessivamente e quanti lavoratori rappresentano? «Sarà importante capire che cosa il progetto avrà lasciato nei territori», afferma Pavanetto. «Possiamo considerare WELL-FARE un laboratorio regionale attraverso il quale comprendere quali condizioni siano necessarie perché una rete di welfare territoriale possa diventare stabile e continuare a produrre valore anche dopo la conclusione del finanziamento».




