Dati, competenze digitali e capacità decisionale sono leve decisive per la crescita delle imprese. Fabrizio Vigo racconta come trasformare le informazioni disponibili in strumenti concreti per innovare e affrontare mercati sempre più complessi
Sevendata supporta le imprese nell’uso strategico di dati, intelligenza artificiale e soluzioni digitali per migliorare processi, decisioni e sviluppo commerciale. In questa intervista, Fabrizio Vigo, CEO & Co-Founder Sevendata, approfondisce il valore della cultura del dato e delle competenze interne nei percorsi di trasformazione digitale.
Il Veneto è un territorio caratterizzato da imprese dinamiche, filiere strutturate e una forte cultura produttiva. In questo contesto, quanto conta oggi sviluppare competenze interne capaci di collegare tecnologia, processi e visione imprenditoriale?
«Questo aspetto è fondamentale, perché la competitività non si costruisce solo introducendo nuove tecnologie. Il Veneto è noto per la sua forte tradizione imprenditoriale, con filiere produttive ben sviluppate e un’eccellente capacità di rispondere ai mercati. Oggi, questa cultura deve unirsi a una nuova competenza: la capacità di leggere i dati (esterni ed interni all’azienda) per assumere le decisioni e fare le azioni più corrette lungo tutta la catena del valore.
Ciò non vuol dire che ogni impresa deve diventare una data company, ma è essenziale avere competenze o strumenti in grado di organizzare le informazioni dell’azienda, identificare i segnali rilevanti ed avere segnali che consentano di prendere le migliori decisioni, idealmente direttamente implementate nei processi aziendali, grazie all’AI agentica. Alcuni esempi riguardano la scelta dei mercati, la qualifica dei clienti, la selezione dei fornitori, la valutazione e gestione del rischio di credito o reputazionale. La tecnologia accelera, ma sono le competenze interne a darle una direzione, creando il vero vantaggio competitivo».
La qualità e l’uso corretto dei dati sono ormai elementi decisivi per orientare strategie e decisioni aziendali. Come possono le imprese trasformare le informazioni disponibili in uno strumento realmente utile alla crescita e all’organizzazione del lavoro?
«Il primo passo è superare l’idea del dato come semplice archivio o reportistica. Molte aziende dispongono già di un patrimonio informativo importante, distribuito tra CRM, ERP, attività commerciali e sistemi gestionali. È essenziale che queste informazioni siano organizzate in modo chiaro e aggiornato, per evitare confusione e disordine. Diventare data driven significa costruire una base informativa affidabile, integrando dati interni, fonti ufficiali, dati alternativi e indicatori predittivi. In Sevendata applichiamo con coerenza questo principio: una single source of truth, una base di conoscenza controllata e coerente su cui fondare analisi, automazioni e intelligenza artificiale.

È fondamentale trasformare questa conoscenza in operatività, identificando prospect che siano coerenti con gli obiettivi stabiliti, valutando l’affidabilità delle controparti, anticipando segnali di rischio, rendendo le attività commerciali più efficaci e liberando tempo dalle operazioni ripetitive. I dati devono raggiungere le persone giuste nel momento in cui sono chiamate a prendere una decisione. L’IA ha valore solo se lavora su informazioni verificabili, altrimenti rischia di accelerare anche gli errori. Per questo, qualità delle informazioni e capacità decisionale devono crescere insieme».
Nei percorsi di trasformazione digitale, il vero cambiamento spesso non riguarda solo gli strumenti adottati, ma il modo in cui le persone li comprendono e li utilizzano. Come possono le imprese accompagnare team e manager in questo passaggio culturale?
«La trasformazione digitale non è un progetto che può essere delegato esclusivamente all’IT. Deve coinvolgere imprenditori, manager e team operativi. Il punto di partenza non è l’acquisto della tecnologia, ma i problemi da risolvere e i risultati da migliorare.
Per questo credo in percorsi progressivi, costruiti su casi d’uso concreti. Si può partire da un processo commerciale, dall’analisi di un portafoglio clienti o da un’attività di verifica delle controparti; definire obiettivi e indicatori, formare le persone e misurare i risultati. Il cambiamento diventa comprensibile e viene adottato.
L’intelligenza artificiale, incluse le soluzioni agentiche e le automazioni su misura, può rendere accessibili anche alle PMI capacità che fino a poco tempo fa richiedevano investimenti e strutture tecnologiche molto complesse. Ma non deve sostituire il giudizio delle persone: deve metterle nelle condizioni di lavorare meglio, dedicando più attenzione alle decisioni a maggior valore. Formazione, responsabilità e fiducia nella qualità dei dati devono crescere insieme».
Guardando al sistema produttivo veneto, quali opportunità possono nascere da un investimento più strutturato su formazione, cultura digitale e capacità decisionale delle persone?
«Il Veneto ha un patrimonio imprenditoriale straordinario, costruito su competenze produttive, specializzazione delle filiere e capacità di adattamento. Oggi la sfida non è solo accelerare la digitalizzazione, ma fare un salto di qualità nel modo in cui le imprese utilizzano le informazioni per interpretare i mercati, anticipare i cambiamenti e prendere decisioni.
Il nostro osservatorio Business Scan restituisce un quadro interessante. Il Veneto conta oltre 438 mila imprese attive, pari al 7,9% del totale nazionale, con un’incidenza di imprese a rischio del 9%, inferiore alla media italiana del 12,1%. Emergono tuttavia alcuni segnali da monitorare: la base imprenditoriale si contrae dello 0,9% e il tasso di mortalità delle imprese (6,2%) supera quello di natalità (5,3%).
Le differenze settoriali sono altrettanto significative. Il commercio rappresenta il 20,8% delle imprese attive, seguito da costruzioni (14,5%) e agricoltura (13,5%), mentre la manifattura, con quasi 49 mila imprese, resta una componente distintiva dell’economia regionale. Proprio commercio e manifattura registrano una contrazione della base imprenditoriale, rispettivamente del 2,9% e dell’1,9%, mentre nell’immobiliare la quota di imprese a rischio raggiunge il 15,5%.
Questi dati ci ricordano che non esiste un’unica ricetta per la competitività. Le esigenze di un’impresa manifatturiera che deve presidiare mercati e catene di fornitura sono diverse da quelle di un’azienda commerciale che deve individuare nuovi clienti o valutare l’affidabilità dei propri partner. La formazione e la cultura del dato sono qui cruciali, non per insegnare a usare nuovi strumenti, ma per sviluppare la capacità di fare le domande giuste, interpretare i segnali e tradurli in decisioni pratiche. L’intelligenza artificiale è la chiave per rendere queste capacità accessibili anche alle PMI, integrando analisi predittive e automazioni nei processi esistenti. Per il Veneto, la vera opportunità è affiancare alla tradizionale eccellenza del saper fare una più evoluta capacità di conoscere, prevedere e decidere. È questa combinazione, più che la tecnologia in sé, che può generare un vantaggio competitivo duraturo».




