H-FARM Business School, la formazione che porta dal capire al fare

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Competenze, capacità di esecuzione e leadership: una formazione realmente efficace deve partire dai problemi delle imprese e tradurre l’innovazione in risultati concreti e misurabili

L’accelerazione tecnologica sta trasformando non soltanto gli strumenti utilizzati dalle imprese, ma anche i modelli di business, i processi organizzativi e il modo in cui vengono assunte le decisioni. In uno scenario caratterizzato dall’ingresso sempre più pervasivo dell’intelligenza artificiale, le organizzazioni devono sviluppare competenze capaci di tradurre l’innovazione in risultati concreti, superando la fase della semplice sperimentazione.

Anche la formazione manageriale è quindi chiamata a evolvere, riducendo la distanza tra apprendimento e applicazione. Alessandro Petrillo, Ceo di H-FARM Business School, spiega perché una business school debba partire dai problemi reali delle aziende e accompagnare manager, imprenditori e professionisti lungo l’intero percorso di trasformazione, integrando conoscenza, supporto progettuale e tecnologia.

Quale ruolo può avere oggi una business school nel preparare manager, imprenditori e organizzazioni ad affrontare il cambiamento?

«Il cambiamento che le imprese stanno vivendo non è soltanto tecnologico, ma riguarda il loro stesso modello. Per questo una business school non può più limitarsi a trasferire conoscenze: deve integrare formazione, supporto progettuale e tecnologia in un unico percorso.

In H-FARM Business School utilizziamo l’intelligenza artificiale come lente attraverso la quale leggere le trasformazioni più rilevanti: i modelli di business, operativi e organizzativi, l’esperienza del cliente e l’ottimizzazione della macchina aziendale.

La formazione costruisce competenze e un linguaggio comune, il supporto progettuale li trasforma in scelte concrete all’interno dell’impresa e la tecnologia rende queste scelte scalabili e misurabili.

Il nostro principio è Human-First, AI-Always: l’IA è presente ovunque, ma la responsabilità delle decisioni resta umana. Una business school è davvero utile quando accompagna le organizzazioni dal capire al fare».

Quali competenze ritiene prioritarie per accompagnare le imprese venete nei prossimi anni?

«Ne individuo tre. La prima è la capacità di decidere con l’IA: comprendere che cosa delegare alla macchina e che cosa mantenere sotto il controllo umano, sapendo che la responsabilità della scelta resta sempre delle persone. È il tema centrale della nostra ricerca The Decision Paradox. La seconda è la capacità di esecuzione. Dalle nostre analisi sulle grandi aziende italiane emerge che le imprese hanno superato la fase della sperimentazione, ma faticano ancora a portare i progetti nella piena operatività e a misurarne il ritorno. Servono competenze di processo, gestione del cambiamento e misurazione, non altri progetti pilota. La terza è una leadership capace di guidare organizzazioni sempre più veloci, nelle quali persone e agenti di IA lavorano insieme.

Per un territorio caratterizzato da PMI e filiere come il Veneto, aggiungerei la cultura del dato lungo l’intera catena del valore, perché la competitività si gioca sempre di più a livello di sistema».

Come si può costruire un ponte efficace tra apprendimento, impresa e applicazione concreta delle competenze?

Alessandro Petrillo

«Occorre partire dal problema, non dal programma. Il modello tradizionale, basato sul corso in aula e sul successivo ritorno in azienda nella speranza che qualcosa rimanga, non è più sufficiente: oggi le competenze possono invecchiare nel giro di pochi mesi.

Noi lavoriamo in modo opposto. Individuiamo insieme all’azienda una sfida reale – un processo da ripensare o un servizio al cliente da migliorare – e costruiamo l’apprendimento intorno alla sua soluzione. I gruppi di lavoro imparano mentre realizzano il progetto e il risultato viene misurato in base all’impatto generato, non alle ore trascorse in aula. Un esempio è l’AI Bootcamp From Efficiency to Growth, realizzato con Simest: cinque giornate nel Campus durante le quali le PMI lavorano sui propri casi, per passare dall’IA intesa come strumento di efficienza all’IA utilizzata come leva di crescita. Il secondo elemento è la continuità: la ricerca alimenta l’attività formativa e quanto emerge dall’aula genera, a sua volta, nuove domande per la ricerca».

Quali opportunità possono nascere da una collaborazione più stretta tra imprese, formazione, tecnologia e nuove generazioni?

«Il Veneto possiede già tutti gli elementi necessari: imprese solide, filiere, università, capitali e una cultura imprenditoriale unica. Ciò che spesso manca è la connessione tra queste componenti.

Vedo tre opportunità. La prima consiste nell’utilizzare l’IA per permettere alle PMI di competere come grandi aziende, condividendo competenze e infrastrutture a livello di filiera, invece di investire ciascuna individualmente.

La seconda riguarda il passaggio generazionale che attende molte imprese. Può diventare il momento nel quale l’innovazione entra davvero in azienda, se prepariamo le nuove generazioni a guidarla e non soltanto a ereditarla. La terza opportunità è la contaminazione. In H-FARM start up, scuole, università e imprese convivono ogni giorno e l’innovazione nasce proprio da questi incontri. La sfida è trasformare l’eccellenza di poche realtà in un sistema capace di coinvolgere l’intero territorio».

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Immagine di Cinzia Funcis
Cinzia Funcis
Coordinatrice di redazione e giornalista

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