Ecosistemi dell’innovazione, formazione, apertura e nuove competenze: le leve per rendere il Veneto più competitivo e attrattivo verso il 2030
Fondata nel 2005 a Ca’ Tron, tra Treviso e Venezia, H-FARM è cresciuta mettendo in relazione formazione, impresa, innovazione e imprenditorialità. Il Campus ospita oggi studenti, professionisti, aziende e start up provenienti da tutto il mondo, favorendo la contaminazione tra competenze ed esperienze differenti. Riccardo Donadon, Founder e Ceo di H-FARM, riflette sulle condizioni necessarie per valorizzare il patrimonio produttivo regionale, attrarre talenti e accompagnare le imprese verso nuovi modelli organizzativi e tecnologici.
Quale valore può avere oggi un ecosistema come H-FARM nell’accompagnare lo sviluppo del Veneto verso il 2030?
«Quando nel 2005 siamo arrivati a Ca’ Tron, l’idea di riunire nello stesso luogo giovani, imprese, start up, scuola, università e ricerca sembrava a molti un esperimento un po’ folle. Oggi credo sia evidente che il modello funziona. In vent’anni abbiamo generato molto valore per le persone e per il territorio, anche dal punto di vista economico. Le idee nuove non nascono all’interno di compartimenti isolati, ma dagli incroci: quando uno studente di diciannove
anni si forma in un contesto che lo incoraggia a provare e a rischiare oppure quando una start up sperimenta la propria tecnologia all’interno di una filiera reale.
Il valore di un ecosistema come H-FARM consiste proprio nell’accorciare le distanze: tra chi forma e chi assume, tra chi possiede un’idea e chi può metterla alla prova, tra il Veneto e il resto del mondo. Oggi nel Campus lavorano e studiano circa 3mila persone, provenienti da 51 nazionalità. Possiamo così invertire il flusso: i nostri talenti possono fare esperienza all’estero, mentre noi possiamo accogliere e trattenere giovani provenienti da altri Paesi. Tutto questo avviene in campagna, a pochi chilometri da Treviso e Venezia, in un luogo che si confronta quotidianamente con il tessuto produttivo.
Verso il 2030 il territorio avrà bisogno di luoghi di questo tipo: non soltanto incubatori o scuole, ma spazi fisici nei quali sviluppare consapevolezza e costruire fiducia tra mondi differenti. Perché la fiducia, alla fine, è l’infrastruttura più sottovalutata che abbiamo».
Quali condizioni sono necessarie affinché il patrimonio produttivo veneto continui a generare crescita, competitività e opportunità per i giovani?
«Il Veneto possiede una forza straordinaria: sa fare, sa fare bene e sa lavorare in filiera. Il rischio è che questa stessa forza diventi una trappola, se pensiamo che quanto ha funzionato negli ultimi quarant’anni possa funzionare anche nei prossimi dieci. Vedo tre condizioni. La prima è il coraggio di aprirsi: al capitale, alle competenze esterne e a modelli di governance che permettano alle imprese familiari di crescere senza perdere la propria identità.
La seconda consiste nell’investire sui giovani, affidando loro responsabilità reali e non soltanto opportunità di tirocinio. I ragazzi che partono e non tornano non scappano dal Veneto, ma da contesti nei quali non vedono la possibilità di incidere. La terza condizione è la velocità. L’intelligenza artificiale sta modificando i processi produttivi a un ritmo senza precedenti e chi aspetta di avere compreso tutto prima di muoversi rischia di arrivare quando la partita è già finita.
Il patrimonio che abbiamo è enorme, ma, se non viene rimesso in gioco, si consuma. La vera sfida è trasformare la cultura del lavoro ben fatto in una cultura dell’innovazione continua e rendere il Veneto un luogo nel quale un giovane di talento scelga di restare o di tornare».
Come deve cambiare il rapporto tra formazione, leadership e impresa per preparare persone capaci di guidare il cambiamento?
«C’è un’asimmetria che mi colpisce molto: per formare una persona servono circa sedici anni, mentre oggi la tecnologia cambia radicalmente nell’arco di pochi anni. Significa che stiamo preparando i giovani per un mondo che, quando usciranno dalla scuola, sarà già diverso da quello che immaginiamo. Non possiamo più insegnare soltanto gli strumenti, perché questi rischiano di invecchiare prima dei diplomi. Dobbiamo formare persone consapevoli della velocità del cambiamento, pronte a imparare per tutta la vita, capaci di affrontare l’incertezza e prendere decisioni anche in presenza di informazioni incomplete. Paradossalmente, più le macchine diventano intelligenti, più acquistano valore le qualità profondamente umane: pensiero critico, creatività, capacità di collaborare, senso etico e persino abilità manuali.
Formazione e impresa non possono più essere due mondi che dialogano una volta all’anno. Le aziende devono entrare nei percorsi formativi, portare problemi reali e coinvolgere i giovani nei propri progetti. Anche la leadership deve essere ripensata. Il leader di domani non sarà colui che sa tutto, ma chi conosce la tecnologia e sa creare le condizioni affinché gli altri possano esprimere il meglio, anche in un contesto nel quale una parte del lavoro sarà affidata agli algoritmi».
Quali transizioni sono oggi più urgenti per le imprese e quale ruolo può svolgere H-FARM nel passaggio dalle idee alla realizzazione di nuovi modelli?
«La transizione più urgente è senza dubbio quella legata all’intelligenza artificiale, intesa non come tema da convegno, ma come trasformazione concreta di processi, prodotti e organizzazioni.
Accanto a questa vedo la transizione energetica, che per un territorio manifatturiero rappresenta una questione di competitività prima ancora che di sostenibilità, e quella delle competenze, perché nessuna tecnologia può funzionare se le persone non sono preparate a utilizzarla e a guidarla.
Spesso il problema delle imprese non è la mancanza di idee, ma la distanza tra l’idea e la sperimentazione sul campo. Servono tempo e risorse, mentre il rischio di sbagliare tende a frenare le organizzazioni. È qui che H-FARM può fare la differenza. In vent’anni abbiamo supportato 150 start up, lavorato con grandi aziende sulla trasformazione digitale e costruito un Campus nel quale la formazione è il cuore di tutto. Grazie anche alla nostra Business School, possiamo offrire alle imprese un luogo nel quale sperimentare in modo protetto: sviluppare prototipi, testarli con studenti e start up, sbagliare rapidamente e comprendere che cosa funziona prima di investire su larga scala. Il nostro ruolo è essere un ponte tra il Veneto che produce e quello che inventa, tra le competenze che possediamo e quelle che ci serviranno nel 2030».




